Via P. Tasca 2, 96017 - NOTO

Itinerari

Itinerario del Barocco settecentesco nella

Città di Noto

del Prof. Dir. Emanuele Umberto Muscova

1° Itinerario: i monumenti costruiti sul pendìo: durata circa 3 ore
2° Itinerario: i monumenti del piano alto (pianazzo): durata circa 1 ora.

La nuova Noto fu disegnta dall’Ing. Formenti nel 1699, con la collaborazione del Frate Angelo Italia, su due livelli per rispondere alle esigenze planimetriche del Colle Meti. Lo schema urbanistico è quello ad assi ortogonali, ideato nell’antichità dall’urbanista ed architetto Ippodamo di Mileto (VI – V sec. a. C.) e tipico delle città greche. La parte meridionale della città fu costruita sul pendìo, che digradava verso l’Asinaro, e la parte settentrionale sul pianoro roccioso, che andava dal Castello al Cozzo delle Fiere. Gli isolati compresi tra gli assi ortogonali ospitano i monumenti. La città, nel suo disegno urbanistico, presentava piazze ariose, come quelle di S. Domenico, della Casa Giuratoria (Senatoria o Municipio), di San Francesco d’Assisi all’Immacolata e della Chiesa del SS. Crocifisso.
Furono le due classi sociali egemoni (nobiltà e clero) a scegliere i siti edificabili per costruire i Palazzi Nobiliari, le Chiese, i Conventi e i Monasteri. La costruzione delle fabbriche civili e religiose, pur rispondendo ad esigenze diverse nel Settecento, ma anche nell’Ottocento, si evince chiaramente dal tessuto urbanistico-architettonico che gli architetti realizzarono un’armonia di forme stilistiche veramente mirabile, come avrebbero detto Andrè Chastel e Cesare Brandi, che definì il Centro Storico di Noto un vero e proprio “giardino di pietra” nel Simposio del 1977.

1° Itinerario: Noto sul pendìo.
Per una ragione di carattere pratico-organizzativo si propone al turista un percorso partendo da piazza Marconi, che ospita la statua di S. Corrado Confalonieri, opera dello scultore Mario Ferretti
(1955). Attraversando la Villa Comunale, detta Flora, nata nell’Ottocento nel sito del bosco dei Padri Cappuccini, sulla sinistra si può ammirare il Pantheon, eretto nel 1932 per i caduti della
prima Guerra Mondiale sul sito della chiesetta dei Padri predetti. L’ex convento dalla fine dell’Ottocento ospita la Cantina Sperimentale, produttrice di liquori speciali; all’interno si possono
ammirare pregevoli affre-schi, tra i quali quelli dei Padri Generali netini dell’Ordine Cappuccino, Clemente Di Lorenzo (1558 – 1631) e Giovanni Maria Minniti (1563 – 1631). Lungo i viali il
visitatore ha l’opportunità di vedere i busti di alcuni uomini illustri netini, opere dello cultore netino di adozione Giuseppe Fortunato Pirrone eseguite alla fine degli anni ‘30: Giuseppe Cassone (1843 – 1910), traduttore del poeta magiaro Sándor Petöfi, Corrado Avolio (1843 – 1905), garibaldino, farmacista e demopsicologo, Matteo Carnilivari, rappresentato da una statua che è l’allegoria
dell’Architettura, il più famoso architetto nel Quattrocento siciliano, Giovanni Aurispa (1376 – 1459), umanista e maestro di Lorenzo Valla, Rocco Pirri (1577 – 1651), Regio Storiografico, autore
della “Sicilia Sacra”.
Alla fine del Viale alberato si erge un arco di trionfo, detto Porta Ferdinandea o Reale, e poi Porta Nazionale, opera dell’archietto napoletano Orazio Angelini nel 1838, a spese del marchese Trigona di Cannicarao per rendere omaggio al Re Fernando II, che la inaugurava nello stesso anno. Sopra l’arco Angelini collocò tre statue lapidee rappresentanti la fortezza (torre), l’abnegazione (il pellicano) e la fedeltà (il levriero), le qualità del popolo netino nei riguardi del monarca. Il lungo Corso Vittorio Emanuele riserva al turista una ricchezza enorme di opere architettoniche, veramente oggetto di ammirazione. La prima chiesa, a destra, è quella di San Francesco d’Assisi con una scenografica scalinata e un pregevole portale, con annesso l’ex-convento dei Frati Minori Conventuali, opera dell’architetto siracusano Rosario Gagliardi. La chiesa a navata unica presenta nell’altare maggiore la statua della Vergine Immacolata, opera di Antonio Del Monachello (1564), e a destra la lapide del Padre Provinciale Giuseppe Maria Bonasia (+1576), maestro dello storico netino don Vincenzo Littara (1550 – 1602).
All’ingresso, a destra, si trova la tomba del marchese di Cannicarao dove Giuseppe Trigona, presidente del Comitato rivoluzionario antiborbonico del Val di Noto (12 gennaio 1848) e deputato
al Parlamento di Palermo (1848 – 9).
L’angolo formato dall’Immacolata e dal lato sud-orientale dell’ex-Monastero Benedettino delle Suore del S. Salvatore è sicuramente uno dei più suggestivi del Centro Storico. Le splendide
finestre con inferriate ricurve in fetto battuto, lungo il Corso Vittorio Emanuele, e le sagomature del muro orientale del SS. Salvatore rendono armoniosa, articolata e ritmica la fabbrica settecentesca.
Una fontanella posta in alto testimonia l’abbassamento del livello del Corso nel secondo Ottocento, e la stessa cosa si può dire per l’innalzamento della porta principale, rispetto al piano stradale, della chiesa di Santa Chiara con l’annesso Monastero. La chiesa, all’esterno, si presenta come una torre quadrata di stile fiorentino e all’interno é a navata unica ed è stata impreziosita con stucchi interessanti. A sinistra si può ammirare una pregevole statua raffigurante la Madona con il Bambino, opera attribuita al Antonello Gagini, ma sicuramente della bottega del famoso scultore; a destra campeggia una pala d’altare del 1854 dell’artista palemitano Salvatore Lo Forte raffigurante S. Benedetto e S. Scolastica.
Procedendo a destra, si sale verso la Basilica del SS. Salvatore, che si proietta sul sagrato realizzato con blocchi di pietra. La facciata è semplice ed armoniosa, come la vollero gli architetti Andrea Gigante di Trapani e Antonio Mazza (1761 – 1826) per la commissione fatta dalla badessa Isabella
Rau della Ferla, proveniente da una famiglia di marchesi. Inizialmente la facciata era prevista con
tre portali, il più grande al centro e i due più piccoli ai lati. La chiesa – cappella benedettina, oggi
del Seminario, è a navata unica. La bellissima volta fu affrescata dall’artista netino Antonio Mazza,
che raffigutò al centro un momento religioso peculiare “La Pentecoste” e poi una conversione
veramente importante “La caduta di San Paolo sulla via di Damasco” ed infine un evento biblico:
“L’apparizione dei tre uomini ad Abramo”. Importanti pale d’altare del pittore palermitano G.
Velasco sono: “La presentazione dei Santi Mauro e Placido a San Benedetto” e la “Madonna del
Rosario con il Bambino”. Citiamo anche l’organo artigianale, opera del maestro Dorato del Piano,
l’urna argentea del corpo di San Restituto martire, portato a Noto da Roma dal Rev.mo Padre
Giuseppe Landolina, gesuita. In un settore dell’ex – Monastero si apre al visitatore il Seminario
Vescovile opera dell’ing. avolese Corrado Carpino inaugurato nel 1955: superato il cortile, a
sinistra si trova l’Aula Magna, sede di convegni diocesani; di fronte si apre un ampio cortile, e a
destra la scalinata che porta ai piani superiori: sulle pareti si possono ammirare pale d’altare
provenienti da chiese chiuse al culto.
A sinistra del Seminario si trova il Palazzo Vescovile, ottenuto con l’acquisto comunale della parte
meridionale del palazzo del marchese Trigona di Cannicarao, per il Vescovo Giuseppe Mario
Mirone nel 1855 e poi trasformato per acquistare un aspetto consono alla dignità episcopale e per
renderlo funzionale per gli uffici della Curia. Nella prima sala d’ingresso dell’abitazione del
Vescovo si trova una galleria di quadri raffiguranti tutti i vescovi della Diocesi di Noto: Giuseppe
Menditto, Giovanni Battista Naselli, Giuseppe Mario Mirone, il Preposito Parroco Nicolò Messina,
Reggente, Benedetto La Vecchia, Giovanni Blandini, Giuseppe Vizzini, Angelo Calabretta,
Salvatore Nicolosi e Giuseppe Malandrino.
La Cattedrale, già Chiesa Madre di San Nicolò fino al 1844, si trova ubicata su un poggio con una
facciata classicheggiante e una scalinata scenografic a, opera disegnata dall’architetto don Rosario
Gagliardi e successivamente continuata da Vincenzo Sinatra. Il portone centrale bronzeo, che
sostituisce l’originale, è opera dello scultore Giuseppe Fortunato Pirrone, ordinata dai Cavalieri
dell’Ordine di Malta per donarla nel 1983 alla chiesa maggiore e alla città: le formelle del portone
rappresentano gli episodi significativi della vita del Santo Patrono. La chiesa oggi è in fase di
ricostruzione e restauro a causa del crollo della cupola di Luigi Cassone e delle navate centrale e di
destra. Descriviamo la chiesa com’era e come sta per essere ripristinata. Il Duomo era a tre navate e
a croce latina con tre absidi, di cui quella di destra era la cappella di San Corrado per custodire
l’Arca Argentea, e l’altra di sinistra era la cappella del SS. Sacramento. Nella navata di destra è
seppellito Mons. Angelo Calabretta, mentre in quella di sinistra sono sepolti i vescovi Mirone e
Vizzini. La chiesa non fu mai affrescata fino all’inizio degli anni ‘50; infatti nel 1951 fu affrescata
dal bolognese A. Baldinelli, che nell’abside rappresentò la “Risurrezine”, la “Cacciata del Paradiso
terrestre e il “Cristo Pantocrator” e nei pennacchi della cupola gli Evangelisti. Nel 1956 il pittore
torinese N. Arduino affrescò la volta, raffigurando il “Trionfo di San Corrado” e nella cappella di
destra il “Battesimo di Gesù”.
Di fronte alla Cattedrale sorge il Municipio, fu costruito dalla metà del settecento fino ai primi
decenni dell’Ottocento su disegno dell’architetto don Vincenzo Sinatra, che rielaborò un disegno
francese portato a Noto da Montpellier dal nobile don Giacomo Nicolaci, barone di Bonfalà.
La parte centrale della facciata ha un andamento semicircolare e ai lati si nota un loggiato con
arcate rette da pilastri con colonne. La sopraelevazione fu realizzata negli anni 1950 e 1951 per
reperire nuovi spazi per gli uffici e per la Sala Consiliare, realizzata al piano superiore. Importante è
la Sala di Rappresentanza, un tempo aula consiliare, Teatro e Biblioteca Civica. Il soffitto presenta,
in un ovale, Ducezio con i suoi architetti militari, ai quali indica il luogo per la costruzione della sua
nuova città.
Ai lati, sempre entro piccoli ovali, si trovano document i significativi della storia della città: il
Ginnasio dedicato al Re siracusano Ierone II (III sec. a. C.), Noto alleata di Roma secondo Cicerone
(I sec. a. C.), il diploma del Re Ferdinando II del 1503, che conferiva alla città il titolo di “Città
ingegnosa” e il telegramma di accettazione della cittadinanza netina da parte di Garibaldi nel 1860.
La Sala di Rappresentanza, sulla cui volta era affrescato l’aquila borbonica, ricevette più volte la
visita del Re Ferdinando II di Borbone nel 1838-1841-1844; fu decorata nel 1933, per la visita dei
Principi di Savoia Umberto e Maria Josè, dal pittore palermitano Gregorietti con stucchi e specchi,
mentre l’arredamento stile Luigi IV fu opera dello scultore ligneo avolese Sebastiano Dugo.
A lato del Duomo, in un sito prestigioso, sorge il palazzo Landolina di S. Alfano (casato ormai
estinto, ma un tempo di primaria importanza in città, perchè di origine antica, risalente al tempo dei
Normanni), edificio semplice nella sua facciata di pietre ben sagomate, ma armonico nel suo
complesso e preannunciante il neoclassicismo nell’arte. Si entra in una corte, che un tempo ospitava
nei bassi le scuderie e i magazzini, e subito a destra si trovano due sfingi, poste simmetricamente
sembrano invitare il visitatore a salire per la scala d’onore, che porta al piano nobile. Il palazzo, in
atto sotto restauro, un tempo fu l’abitazione di Don Pietro Landolina, marchese di S. Alfano e primo
Intendente della Provincia di Noto, ma ospitò per tre volte, tra il 1838 e il 1844, il Re Ferdinando II
di Borbone Parma e la Regina Maria Teresa. Sarà la sede dell’Università di Noto, sezione di
Messina. L’esedra o piazza Landolina, alberata, dove oggi sorge il monumento ai caduti della prima
Grande Guerra e dove sono murate le lapidi riportanti i nomi dei nostri caduti della seconda Guerra
Mondiale, ospitava, nell’ultimo periodo borbonico, la statua del Re Ferdinando II, opera dello
scultore Tito Angelini, napoletano.
Poco oltre, si può ammirare il palazzo Nicolaci di Villadorata, una vera Domus Magna; è
l’abitazione nobiliare più ampia e prestigiosa (circa 90 stanze) di Noto, progettata nel primo
Settecento dall’architetto Sinatra su precedente disegno portato da Montpellier da Don Giacomo
Nicolaci, persona di notevole cultura. A quel tempo il palazzo copriva quasi tutta l’area che oggi va
dalla Via Nicolaci alla Via Cavour e alla Via Rocco Pirri: tutte le costruzioni a sud, a nord-est e a
nord-ovest sono sorte nell’Ottocento per le famiglie borghesi del tempo. Lungo la Via Corrado
Nicolaci l’edificio presenta una serie di balconi splendidamente sorretti da caratteristiche mensole
zoomorfe e antropomorfe, con interessant ifigure di sirene, chimere, mascheroni, centauri, ippogrifi
e sfingi, elementi decorativi di gusto franco-spagnolo, che danno una nota di eleganza e di armonia
alla Domus Magna e la fanno diventare oggetto di ammirazione da parte di esperti d’arte e di turisti.
Il portale principale è semplice, con ai lati due colonnine, perfettamente rettangolare, ma in armonia
con tutto il prospetto architettonico.
Varcato il portone principale si arriva ad una grande corte, pavimentata a selciato e adornata di
alberi; sull’ampio spazio danno tutti gli ambienti interni e da esso parte la scala esterna che conduce
agli appartamenti nobiliari; ma, prima di entrare nel cortile alberato, a destra si apre la scala
d’onore, adornata di statue. Il palazzo è grandissimo, ma fra i tanti locali sono fatti oggetto di
ammirazione i tre saloni verde, rosso e giallo, denominazioni legate al colore delle tappezzerie.
Soprattutto va menzionato il Salone delle feste, cioè quello rosso, perchè il soffitto è decorato con
un interessante affresco, che rappresenta il Carro del Dio Sole, un Apollo musagete veramente
bello. La maggior parte del palazzo è di proprietà del Comune, che vuole farne un Museo del
palazzo nobiliare e per ospitare servizi comunali e attività culturali. Fino al 1994 ha ospitato, nelle
sale di sud-est, la Biblioteca comunale con i suoi circa 100.000 volumi e i quadri degli Uomini
Illustri di Noto, questi ultimi in gran parte provenienti dall’ex Museo astuziano, dono del barone
Andrea Astuto di Forgione. Da circa nove anni il palazzo è in fase di restauro da parte della
Soprintendenza siracsana. La Via Nicolaci, con le sue architetture del palazzo descritto e del
palazzo Modica è chiusa a nord splendidamente dalla chiesa ex-benedettina di Montevergine, ospita
un tappeto bellissimo e policromo di disegni floreali durante la manifestazione di maggio “Il saluto
alla Primavera…”.
Lungo il Corso, a sinistra, il visitatore ammira la facciata artistica, ad andamento concavo e
adornata da colonne, della chiesa di San Carlo Borromeo al Corso, ex- gesuitica, costruita tra il 1736
e il 1746, come ideale continuità con l’omonima gesuitica di Noto Antica. Dall’alto del campanile è
possibile spaziare con lo sguardo verso una vasta area del Centro Storico e della periferia. La chiesa
era annessa al Collegio dei Padri Gesuiti, per la formazione culturale e della personalità dei giovani
netini, oggi è sede del Liceo-Ginnasio; essa si presenta a croce latina e a tre navate con una cupola
centrale. Per l’indisponibilità del Duomo è pro-Cattedrale da diversi anni, ospitando, nella Cappella
di sinistra, l’Arca d’argento di San Corrado Confalonieri. La volta è affrescata con tre grandi
raffigurazioni: la “Trasfigurazione”, la “Guarigine del paralitico” e al centro il “Trionfo dell’Agnus
Dei”; mentre sui pennacchi della cupola sono affrescati, in modo peculiare, gli Evangelisti, e sotto
sopramensolette sono collocate quattro statue che rappresentano le virtù cardinali. Sull’altare
centrale, lateralmente, sono collocate due interessanti statue in marmo che simboleggiano la Fede e
la Speranza, sono opere dello scultore acrense Giuseppe Giuliano. Pregevole è l’organo
settecentesco della cantoria. Durante i lavori di consolidamento statico della chiesa, sotto il
pavimento sono stati rinvenuti avanzi di muri di fabbriche precedenti e le buche delle capanne del
1693.
Continuando la passeggiata, a destra si trovano la Villetta Ercole, la chiesa di San Domenico e
l’Oratori odei Padri Crociferi, e a sinistra il Teatro Comunale. La chiesa e il convento di San
Domenico furono ufficialmente realizzati tra il 1703 e il 1723 su disegno dell’architetto siracusano
don Rosario Gagliardi; la chiesa è collocata su un rialto e presenza una facciata ad andamento
convesso, bene modellata con il calcare tenero, che con il tempo è andato assumendo un colore
dorato, e nei due ordini ha quattro colonne sovrapposte. L’interno è a croce latina e a tre navate con
una cupola quasi al centro. Nella navata sinistra si possono ammirare le pale d’altare di “S.
Domenico che riceve lo Spirito Santo” e della “Madonna del Rosario” opera del pittore Vito
D’Anna. Nell’altare centrale è posto un ciborio settecentesco di Antonio Basile. Il convento è stato,
in parte, demolito per la costruzione dell’Istituto Magistrale. In un ambiente sottostante si trova la
sede dell’Associazione Concerti Città di Noto e nel cortile, un tempo il chiostro dei Padri
Domenicani, nel periodo estivo si organizzano i concerti di Notomusica Festival a cura della
predetta Associazione.
Il sagrato fu anche il sito del mercato cittadino per qualche decennio tra il ‘600 e il ‘700. Nel 1851
la Decuria deliberò, con la conferma da parte del Prefetto di Noto cav. Salvatore La Rosa, la
realizzazione di una Floretta/Villetta con piante ed aiuole ornamentali, dopo i lavori di sbancamento
del 1848. Vi fu collocata la vasca con la statua del semidio Ercole, il protettore dell’antica città di
Neas. La fontana del 1757 fu opera di un artigiano catanese, Orlando. Per la centralità della Floretta
il sito fu scelto per onorare due importante personaggi della nostra città: il Ministro di G. G. Avv.
Matteo Raeli (il busto bronzeo fu opera dello scultore netino Francesco Saverio Sortino) e la
poetessa Marianni Coffa Caruso (il busto marmoreo fu realizzato dallo scultore Carlo Nicoli di
Carrara).
Di fronte allo stupendo San Domenico fu realizzato il Teatro Comunale, voluto dall’Intendente
Salvatore La Rosa e su disegno dell’architetto Francesco Sortino Labisi, modificato dal direttore dei
lavori, architetto Francesco Cassone, ed inaugurato nel dicembre 1870. La facciata a due ordini, con
finestre, è di stile neoclassico e reca nella parte terminale Euterpe, la musa della lirica, ed altre
sculture realizzate dall’acrense Giuseppe Giuliano. All’interno ci sono un’ampia sala con quattro
ordini di palchi e la platea, che non ha una grande capienza di posti. In questo teatro ha recitato
anche nostra famosa attrice Tina Di Lorenzo. Al primo piano si trovano la Sala Dante e gli uffici
della Fondazione del Teatro. Il visitatore, salendo per la Via G. Bovio, incontra, a destra, l’Oratorio
dei Padri Crociferi, opera degli architetti netini Paolo Labisi e V. Sinatra su commissione
dell’Ordine. Attualmente è la sede del Giudice di Pace, già della Pretura. Poi si arriva in Via
Cavour, dove a sinistra si trova il palazzo dei marchesi Di Lorenzo del Castelluccio, oggi di
proprietà dei Cavalieri dell’Ordine di Malta, e a destra la chiesa di Montevergine, opera
dell’architetto Vincenzo Sinatra, racchiudente opere pittoriche attribuite a C. Carasi. Si prosegue
fino al palazzo dei baroni Astuto di Fargione, che un tempo ospitava il Museo Astuziano.
Interessanti sono i balconi con inferriate panciute. Poco oltre, a destra si erge il palazzo Trigona dei
marchesi di Cannicarao, progettato dal Gagliardi, ma realizzato con interventi del Sinatra e di Paolo
e Bernardo Labisi. Pregevoli sono i balconi barocchi con inferriate lavorate.
Il Comune è proprietario della prima metà di destra, al cui angolo si nota l’aquila, stemma del
Casato.
All’interno sono stati realizzati la Sal Gagliardi per le conferenze e gli ambienti per le Mostre. A
sinistra abita la baronessa di Frigintini, Donna Agatina Trigona: l’appartamento ha un Salone con
mobili del Settecento, un’Arpa bellissima e quadri di personalità del Casato; il soffitto fu affrescato
dal pittore netino Antonio Mazza con alcune scene bibliche.

2° Itinerario: Noto del piano alto (Pianazzo)
Il secondo itinerario, salendo dalla Via Mariannina Coffa, inizia dall’ex-convento di S. Antonio di
Padova, completato nel 1708 su commissine dell’Ordine dei Padri Minori Riformati. La possente
struttura dell’edificio presenta anche delle torrette merlate. Con la soppressione degli Ordini
religiosi, con la legge del 1866, l’edificio divenne proprietà dello Stato, che lo trasformò in caserma
militare. Di recente la Soprintendenza siracusana, eliminando i soffitti posticci, ha rimesso in luce
ciò che rimane della chiesa e il bel refettorio con pitture, già restaurate. A sinistra domina lo spazio
il palazzo dei baroni Impellizzeri di San Giacomo con la sua mole possente, come i palazzi
fiorentini; l’edificio, costruito nella seconda metà del Settecento, ha circa 60 stanze.
All’interno si possono ammirare mobili antichi, posaterie e quadri di esponenti del casato. Ospita, in
una parte, al pianoterra la sezione netina dell’Archivio di Stato di Siracusa con le sale di lettura al
primo piano. Viene utilizzato anche dal Sottosegretario di Stato ai Beni Culturali per incontri
relativi alla sua delega.
Dietro il palazzo si trova una grandissima costruzione, oggi Penitenziario, ma nel Settecento e nel
primo Ottocento constava di due edifici, il primo era la Casa del Refugio delle zitelle povere e
orfane, con una bella facciata ed unascalinata; all’interno si trova ancora la Cappella; accanto alla
chiesa del SS. Crocifisso c’era il Monastero di S. Tommaso. A sinistra, si trova l’ex- monastero di S.
Agata con la Torre dell’orologio, realizzata nell’ottocento; la chiesa è chiusa al culto, come la
vicina chiesa della SS. Annunziata, che offre al visitatore un altare bellissimo per la sua fattura. A
circa cinquanta metri si trova l’ex-convento francescano, poi trasformato nel secondo Ottocento in
Collegio C. Giavanti, in sostituzione del precedente edificio utilizzato come Carcere Penale.
L’edificio prende il nome di Santa Maria di Gesù, che custodisce una cassetta con le ossa del Beato
Antonio Etiope.
A piazza Mazzini si può ammirare la chiesa del SS. Crocifisso, la più grande ed importante del
Piano Alto. Pare che il tempio sia stato progettato dal Gagliardi. La facciata è del 1715, s’innalza
sul rialto e non è stata mai completata. I due leoni romanici lapidei, che oggi sono collocati
all’intero del tempio, fino a pochi anni fa erano collocati all’esterno, ai lati del portone, ed avevano
una simpatica funzione ornamentale (provenivano dall’omonima chiesa di Noto Antica). All’interno
la chiesa si presenta a tre navate ed ha una pianta a croce latina, a sinistra l’architetto progettò
l’allungamento del braccio corto per poter realizzare la cappella nobiliare della famiglia Landolina.
Le navate sono divise da pilastri sormontati da due serie di archi a tutto sesto, mentre la cupola fu
disegnata dall’ing. Sergio Sallicano sul finire dell’Ottocento, in sostituzione di quella crollata alcuni
anni prima.
La volta è affrescata e presenta tre immagini: la “Creazione della Terra” la “Caduta di Adamo ed
Eva” e il “Battesimo dei Ministri persiani”. Nell’abiside campeggia una grande Croce, munita di
teca, che custodisce i resti di un Crocifisso di Noto Antica; essa fu disegnata dal maestro Gagliardi,
per poi essere realizzata, nel 1746, in legno laccato in oro da don Vincenzo Rotondo. Nella navata
destra si ammira la Madonna Bianca o della Neve del 1471, in marmo bianco e di ottima fattura,
opera dello scultore dalmata Francesco Laurana.
Nella navata sinistra si possono ammirare le tele raffigurnati il “Battesimo di Gesù”, “l’Immacolata
Concezione” e nella Cappella Landolina quattro tele di scene del Nuovo Testamento, attribuibili al
Carasi.